Chi non ha paura dei temporali? Viviamo in luoghi assediati dalle tempeste. Tempeste vere e proprie, generate dall’emergenza climatica: non più lo spauracchio di un futuro lontano, ma una realtà quotidiana. Tempeste politiche, alimentate da destre che fanno della paura, della forza e dell’esclusione una strategia di governo. Tempeste imperialiste, che devastano territori e si appropriano delle vite innocenti: da Gaza a Kyiv, dal Venezuela all’Iran, lasciando dietro di sé macerie, cadaveri e desolazione.
Nessun essere vivente sembra più al sicuro. La tempesta è ovunque: è ormai la cornice di un mondo che appare irrimediabilmente in crisi, privo di futuro. Ma noi scegliamo di attraversarla e contrastarla. QueerStorm nasce da questo: dal rifiuto di subire la tempesta come qualcosa di inevitabile. Perché la tempesta è anche forza, possibilità di cambiare direzione, di dare un altro ritmo alle nostre vite. È energia collettiva, solidarietà e sorellanza, orgoglio e rivendicazione. La nostra sarà una tempesta dissendente. Una tempesta rigenerativa.
Attraverso questo manifesto vogliamo trascinare istituzioni, autorità e cittadinanza di Padova e del Veneto dentro la nostra tempesta, chiamandole a sentire e contrastare le oppressioni insieme a noi. In modo queer: libero, ribelle, provocatorio. Lasciatevi attraversare da questo turbinio di colori, canti e significati, fino a perdere le vostre certezze e la certezza di voi stessi, come quando tutto ciò che sembrava garantire sicurezza, ordine e prevedibilità smette improvvisamente di reggere.
Tuoni e fulmini all’orizzonte
Quando all’orizzonte si staglia la tempesta vediamo i lampi e sentiamo i tuoni in lontananza. Si alza il vento, l’aria stessa cambia odore. Così ci sentiamo leggendo i quotidiani e guardando i notiziari, anche se tutto continua a sembrarci distante. Nel mondo si intensificano conflitti e guerre: da Gaza alla Cisgiordania, dall’Iran a molti altri territori resi periferici dallo sguardo occidentale. Intere popolazioni vivono sotto assedio, occupazione o repressione; genocidi e pulizie etniche vengono minimizzati, distorti o apertamente negati. Il diritto internazionale vacilla, piegato da interessi economici, geopolitici e militari, mentre la guerra viene normalizzata come strumento di governo globale.
Non esistono conflitti isolati: esiste un sistema che li produce, li connette e li rende funzionali al mantenimento delle gerarchie di potere. In questo scenario, le vite LGBTQIA+ restano tra le più esposte, bersagliate dalla violenza istituzionale e sociale, cancellate dalle narrazioni ufficiali o strumentalizzate come giustificazione per nuove forme di dominio. Le soggettività queer diventano terreno di scontro simbolico, mentre le loro esistenze concrete vengono rese precarie, silenziate, negate.
Il razzismo attraversa e struttura queste dinamiche, stabilendo chi può attraversare i confini e chi no, chi ha diritto alla protezione e chi può essere sacrificato. Le politiche migratorie diventano dispositivi di selezione e violenza: si respinge, si detiene, si gerarchizzano le vite. Le persone queer in migrazione vivono una moltiplicazione delle oppressioni, sospese tra persecuzioni nei paesi di origine e marginalizzazione o ricatto nei paesi di arrivo.
Il meridionalismo diventa così una chiave per leggere il mondo. Le fratture tra Nord e Sud non attraversano solo l’Italia, ma l’intero sistema globale: il “Sud” è una condizione prodotta, uno spazio politico costruito attraverso sfruttamento, colonialismno e disuguaglianze storiche. Per questo il meridionalismo, per noi, è anche pratica critica e alleanza. Riconoscere queste connessioni significa rifiutare le gerarchie territoriali e costruire solidarietà transnazionali tra soggettività marginalizzate: queer, migranti, razzializzate.
Vogliamo una trasformazione profonda e non negoziabile. Vogliamo che i nostri diritti non siano più selettivi né subordinati alla cittadinanza, ai confini o all’utilità politica, ma pienamente riconosciuti. Vogliamo un mondo in cui la libertà di movimento sia garantita a tutte le persone, senza gerarchie tra vite degne e vite sacrificabili. Un mondo in cui le persone queer possano esistere apertamente in ogni contesto, senza essere strumentalizzate, silenziate o rese invisibili. Un mondo in cui le migrazioni non siano trattate come emergenze, ma riconosciute come parte integrante della storia e del presente globale.
Sentiamo la necessità di costruire alleanze reali tra territori e soggettività diverse, capaci di attraversare confini geografici e politici. Riconosciamo una comune condizione di oppressione con le popolazioni palestinese, iraniana e con tutte quelle che appartengono al sud globale e alle periferie europee, ma anche un potenziale condiviso di resistenza. Vogliamo trasformare il meridionalismo in una pratica viva: non solo analisi delle disuguaglianze, ma costruzione concreta di solidarietà, mutualismo e lotta collettiva. Vogliamo esistere senza dover giustificare la nostra presenza, senza dover rientrare in categorie accettabili. Vogliamo che al centro vengano poste la giustizia sociale, la redistribuzione delle risorse e la libertà di autodeterminazione. La tempesta è già qui. Ignorarla non la fermerà.
Sempre la solita pioggia
E quando arriva, all’inizio sembra solo una timida pioggia. La solita pioggia: fatta di ingiustizie che, per abitudine e perché le subiamo ogni giorno, finiscono quasi per non bagnarci più. In un’Italia oggi rappresentata da una classe politica conservatrice, i diritti delle persone lesbiche, gay, bi, trans, queer, intersex e asessuali (LGBTQIA)* continuano a essere frammentari e profondamente insufficienti rispetto ai bisogni reali della comunità. Lo conferma con chiarezza il report annuale 2025 di ILGA EUROPE, che colloca l’Italia tra gli ultimi paesi europei per riconoscimento dei diritti e delle tutele delle persone LGBTQIA.
A dieci anni dall’approvazione della Legge 76/2016 (DDL Cirinnà), che ha introdotto le unioni civili anche tra persone dello stesso sesso, restano ancora aperte lacune fondamentali, a partire dal matrimonio egualitario e dal pieno riconoscimento della genitorialità. Ancora oggi, chi cresce figli e figlie in queste famiglie si scontra con ostacoli burocratici, giuridici e sociali che negano dignità e sicurezza. Il diritto alla genitorialità non può essere selettivo né subordinato a ideologie, ma deve essere garantito pienamente, senza discriminazioni.
È inaccettabile che continui a mancare una legge efficace contro le discriminazioni legate all’orientamento sessuale e all’identità di genere. Le violenze, i discorsi d’odio e le discriminazioni non sono episodi isolati, ma fenomeni sistemici e sempre più diffusi, che richiedono strumenti concreti di prevenzione, educazione e tutela. Rimandare ancora, dopo l’affossamento del “Disegno di Legge Zan”, significa legittimare un clima in cui troppe persone continuano a vivere nella paura, nel silenzio o nell’invisibilità. Quella che inizialmente sembrava soltanto una pioggia leggera è in realtà un sistema che continua a riprodurre disuguaglianze. La differenza è che oggi non siamo più disposti a lasciarci bagnare senza reagire. Organizziamoci. Prendiamo parola. Costruiamo reti. Insieme, come comunità e come persone alleate, rivendichiamo diritti pieni, concreti, universali. Perché non vogliamo più sopravvivere sotto questa pioggia. Vogliamo cambiare clima.
* Per approfondimenti sulla terminologia utilizzata, si veda: Colonnello M.; Cortese Galdiolo M.; Costacurta M.; Crestanello A.; Cuccheri C.; De Zen F.; Falaguasta M.; Giardina G.; Olivetto Facchinetto F.; Pillon M.; Toffolo E.; Valleri V. (2023). Be yourself. Padova. Itinerari di Genere.
Allenarsi anche col diluvio
Corriamo anche se piove. Continuiamo a vivere la quotidianità senza accorgerci, a volte, che lo scroscio aumenta. Così non smettiamo di essere chi siamo, anche quando le avversità restano. Corriamo anche se piove. Ci alleniamo anche col diluvio. Continuiamo a vivere, giocare, esserci, anche quando lo scroscio aumenta e c’è chi si aspetta che ci fermiamo. Ma noi andiamo avanti lo stesso. A volte senza nemmeno renderci conto di quanta pioggia ci cada addosso. È così che esistiamo nello sport: resistendo, ogni giorno.
Nel percorso verso eventi globali come le Olimpiadi Invernali Milano-Cortina 2026, ci chiediamo che senso abbia parlare di inclusione se poi, nella realtà, tante persone continuano a essere escluse. Le politiche sportive internazionali colpiscono ancora in modo particolare le persone trans, allontanate dalle competizioni in nome di regolamenti definiti “neutrali”, ma che neutrali non sono. Mentre si promette equità, si rafforzano criteri trans escludenti, controlli medici invasivi e classificazioni arbitrarie che colpiscono soprattutto persone trans, non binarie e intersex, trattate come problemi da correggere e non come corpi da rispettare. Non è questo lo sport che vogliamo.
Allenarsi, per molte persone LGBTQIA, significa ancora farlo sotto la pioggia: tra sguardi storti, battute “da spogliatoio”, silenzi pesanti. Eppure continuiamo, anche quando è scomodo. Anche quando stanca. Anche quando sembra inutile. Per questo chiediamo uno sport libero da linguaggi violenti e discriminatori normalizzati, formazione obbligatoria contro omolesbobitransfobia e sessismo, e responsabilità chiare per chi allena, dirige e arbitra. Le “battute” non sono folklore: sono dispositivi di esclusione. Non ci mettiamo al riparo per diventare accettabili. Costruiamo ogni giorno spazi diversi, squadre diverse, relazioni diverse. A volte con fatica, a volte sbagliando, ma continuando comunque ad andare avanti. Perché lo sport può essere altro. Può essere migliore.
Chi ci tiene veramente al riparo?
Che senso ha stare sotto un tetto rotto? Cosa può fare un gazebo durante un uragano? Davanti ai richiami al decoro e al securitarismo, anche Padova si trova sempre più spesso a ridurre gli spazi di socialità. Le “zone rosse”, dalla stazione all’Arcella, aumentano controlli e allontanamenti spesso su base razziale, senza affrontare realmente le condizioni di marginalità che dichiarano di voler risolvere. Nel frattempo si restringono anche gli spazi di aggregazione, compresi quelli LGBTQIA: luoghi fondamentali di relazione, comunità e sopravvivenza collettiva.
Molte persone queer non hanno un tetto. Oppure ne hanno uno pericolante. Ma anche quando una casa esiste, spesso piove da dentro. In Europa, una persona LGBTQIA+ su cinque sotto i trent’anni ha vissuto almeno una volta una condizione di senza dimora. Troppo spesso chiamiamo “casa” luoghi fatti di abusi, limitazioni, ricatti e rifiuto, soprattutto dopo il coming out. La discriminazione strutturale limita l’accesso al lavoro, alla stabilità economica e alla possibilità di costruire autonomia abitativa, premiando invece modelli eterocisnormativi considerati più legittimi e accettabili.
Per questo chiediamo che il benessere delle persone LGBTQIA non continui a basarsi esclusivamente sul mutuo aiuto e sul lavoro volontario. Centri antidiscriminazione e case rifugio devono essere finanziati in modo stabile e continuativo. Oggi esistono soprattutto grazie all’impegno di persone volontarie, il cui lavoro resta invisibile e dato per scontato, mentre le persone LGBTQIA senza dimora continuano a vivere ai margini, esposte a violenze anche nei luoghi che dovrebbero offrire protezione. Serve una strategia a lungo termine che garantisca autonomia, continuità abitativa e la possibilità di vivere apertamente la propria identità senza dover scegliere tra sicurezza e autenticità. L’isolamento e la riduzione degli spazi di socialità spingono sempre più persone verso app e piattaforme di incontri, contesti in cui aumentano anche episodi di violenza e ricatto. Non sono spazi neutri: sono ambienti commerciali che devono assumersi responsabilità concrete, insieme a una formazione adeguata delle forze di polizia e dei servizi territoriali.
Sicurezza nel lavoro significa anche sicurezza nel lavoro sessuale. La legge Merlin, ferma al 1958, mostra oggi tutti i suoi limiti. Crediamo sia necessario ripensarla mettendo al centro dignità, sicurezza, autodeterminazione e tutela delle persone coinvolte. Cosa significa allora chiedere sicurezza dalla tempesta? Significa riconoscere che non siamo al riparo, ma in piena emergenza: abitativa, lavorativa, economica e sociale. Non vogliamo soluzioni temporanee o spazi concessi solo in condizioni eccezionali. Vogliamo luoghi da poter chiamare casa, lavori stabili, sicurezza reale: una sicurezza fatta di cura, sostegno e possibilità di futuro, non di marginalizzazione e controllo. Servono fondi per sostenere i CAD e le case rifugio, strumenti pubblici capaci di garantire continuità e tutela senza delegare tutto alle reti informali o alla buona volontà delle comunità. Chiediamo ciò che una casa dovrebbe sempre essere: un luogo sereno, caldo, capace di accoglierci nelle avversità e di rendere possibile costruire un futuro.
Manifesto Padova Pride 30 Maggio 2026 – QUEERSTORM
Chi non ha paura dei temporali?
Viviamo in luoghi assediati dalle tempeste. Tempeste vere e proprie, generate dall’emergenza climatica: non più lo spauracchio di un futuro lontano, ma una realtà quotidiana. Tempeste politiche, alimentate da destre che fanno della paura, della forza e dell’esclusione una strategia di governo. Tempeste imperialiste, che devastano territori e si appropriano delle vite innocenti: da Gaza a Kyiv, dal Venezuela all’Iran, lasciando dietro di sé macerie, cadaveri e desolazione.
Nessun essere vivente sembra più al sicuro. La tempesta è ovunque: è ormai la cornice di un mondo che appare irrimediabilmente in crisis, privo di futuro. Ma noi scegliamo di attraversarla e contrastarla. QueerStorm nasce da questo: dal rifiuto di subire la tempesta come qualcosa di inevitabile. Perché la tempesta è anche forza, possibilità di cambiare direzione, di dare un altro ritmo alle nostre vite. È energia collettiva, solidarietà e sorellanza, orgoglio e rivendicazione. La nostra sarà una tempesta dissidente. Una tempesta rigenerativa.
Attraverso questo manifesto vogliamo trascinare istituzioni, autorità e cittadinanza di Padova e del Veneto dentro la nostra tempesta, chiamandole a sentire e contrastare le oppressioni insieme a noi. In modo queer: libero, ribelle, provocatorio. Lasciatevi attraversare da questo turbinio di colori, canti e significati, fino a perdere le vostre certezze e la certezza di voi stessi, come quando tutto ciò che sembrava garantire sicurezza, ordine e prevedibilità smette improvvisamente di reggere.
Tuoni e fulmini all’orizzonte
Quando all’orizzonte si staglia la tempesta vediamo i lampi e sentiamo i tuoni in lontananza. Si alza il vento, l’aria stessa cambia odore. Così ci sentiamo leggendo i quotidiani e guardando i notiziari, anche se tutto continua a sembrarci distante. Nel mondo si intensificano conflitti e guerre: da Gaza alla Cisgiordania, dall’Iran a molti altri territori resi periferici dallo sguardo occidentale. Intere popolazioni vivono sotto assedio, occupazione o repressione; genocidi e pulizie etniche vengono minimizzati, distorti o apertamente negati.
Il diritto internazionale vacilla, piegato da interessi economici, geopolitici e militari, mentre la guerra viene normalizzata come strumento di governo globale. Non esistono conflitti isolati: esiste un sistema che li produce, li connette e li rende funzionali al mantenimento delle gerarchie di potere. In questo scenario, le vite LGBTQIA+ restano tra le più esposte, bersagliate dalla violenza istituzionale e sociale, cancellate dalle narrazioni ufficiali o strumentalizzate come giustificazione per nuove forme di dominio.
Il meridionalismo diventa così una chiave per leggere il mondo. Le fratture tra Nord e Sud non attraversano solo l’Italia, ma l’intero sistema globale. Riconoscere queste connessioni significa rifiutare le gerarchie territoriali e costruire solidarietà transnazionali tra soggettività marginalizzate: queer, migranti, razzializzate. Vogliamo una trasformazione profonda e non negoziabile. Vogliamo che al centro vengano poste la giustizia sociale, la redistribuzione delle risorse e la libertà di autodeterminazione.
Sempre la solita pioggia
E quando arriva, all’inizio sembra solo una timida pioggia. La solita pioggia: fatta di ingiustizie che finiscono quasi per non bagnarci più. In un’Italia oggi rappresentata da una classe politica conservatrice, i diritti delle persone LGBTQIA+ continuano a essere frammentari e profondamente insufficienti rispetto ai bisogni reali della comunità. Lo conferma il report annuale 2025 di ILGA EUROPE, che colloca l’Italia tra gli ultimi paesi europei per tutele.
A dieci anni dall’approvazione della Legge 76/2016 (DDL Cirinnà), restano ancora aperte lacune fondamentali, a partire dal matrimonio egualitario e dal pieno riconoscimento della genitorialità. È inaccettabile che contiui a mancare una legge efficace contro le discriminazioni legate all’orientamento sessuale e all’identità di genere. Rimandare ancora, dopo l’affossamento del ‘Disegno di Legge Zan’, significa legittimare un clima di paura. Organizziamoci. Prendiamo parola. Costruiamo reti. Vogliamo cambiare clima.
Allenarsi anche col diluvio
Corriamo anche se piove. Ci alleniamo anche col diluvio. Nel percorso verso eventi globali come le Olimpiadi Invernali Milano-Cortina 2026, ci chiediamo che senso abbia parlare di inclusione se poi, nella realtà, tante persone continuano a essere escluse. Le politiche sportive internazionali colpiscono ancora in modo particolare le persone trans, allontanate dalle competizioni in nome di regolamenti definiti ‘neutrali’, ma che neutrali non sono. Chiediamo uno sport libero da linguaggi violenti e discriminatori normalizzati, formazione obbligatoria contro omolesbobitransfobia e responsabilità chiare.
Chi ci tiene veramente al riparo?
Davanti ai richiami al decoro e al securitarismo, anche Padova si trova sempre più spesso a ridurre gli spazi di socialità. Le ‘zone rosse’ aumentano controlli e allontanamenti spesso su base razziale. In Europa, una persona LGBTQIA+ su cinque sotto i trent’anni ha vissuto almeno una volta una condizione di senza dimora. Centri antidiscriminazione e case rifugio devono essere finanziati in modo stabile e continuativo, non basati solo sul volontariato.
Sicurezza nel lavoro significa anche sicurezza nel lavoro sessuale. La legge Merlin del 1958 mostra tutti i suoi limiti. Vogliamo luoghi da poter chiamare casa, lavori stabili, sicurezza reale: una sicurezza fatta di cura, sostegno e possibilità di futuro, non di marginalizzazione e controllo.
Padova Pride Manifesto – May 30, 2026: QUEERSTORM
Who isn’t afraid of storms?
We live in places besieged by storms. Real storms, generated by the climate emergency: no longer the bogeyman of a distant future, but a daily reality. Political storms, fueled by right-wing factions that turn fear, force, and exclusion into a government strategy. Imperialist storms, devastating territories and seizing innocent lives: from Gaza to Kyiv, from Venezuela to Iran, leaving ruins, corpses, and desolation in their wake. No living being seems safe anymore. The storm is everywhere: it is now the framework of a world that appears irremediably in crisis, devoid of a future. But we choose to cross it and counter it. QueerStorm is born from this: the refusal to endure the storm as something inevitable. Because the storm is also strength, a chance to change direction, to give another rhythm to our lives. It is collective energy, solidarity and sisterhood, pride and reclamation. Ours will be a dissident storm. A regenerative storm. Through this manifesto, we want to pull the institutions, authorities, and citizens of Padua and Veneto into our storm, calling on them to feel and fight oppression alongside us. In a queer way: free, rebellious, provocative. Let yourself be swept away by this whirlwind of colors, songs, and meanings, until you lose your certainties and the certainty of yourselves, just like when everything that seemed to guarantee security, order, and predictability suddenly stops holding up.
Thunder and Lightning on the Horizon
When the storm looms on the horizon, we see the lightning and hear the thunder in the distance. The wind rises, the very air changes its scent. This is how we feel reading newspapers and watching the news, even if everything still seems distant. Conflicts and wars are intensifying across the globe: from Gaza to the West Bank, from Iran to many other territories marginalized by the Western gaze. Entire populations live under siege, occupation, or repression; genocides and ethnic cleansings are downplayed, distorted, or openly denied. International law falters, bent by economic, geopolitical, and military interests, while war is normalized as a tool of global governance. Isolated conflicts do not exist: there is a system that produces them, connects them, and makes them functional to maintaining power hierarchies. In this scenario, LGBTQIA+ lives remain among the most exposed, targeted by institutional and social violence, erased from official narratives, or weaponized as a justification for new forms of dominance. Queer subjectivities become a symbolic battleground, while their concrete existences are made precarious, silenced, and denied. Racism permeates and structures these dynamics, determining who can cross borders and who cannot, who has the right to protection, and who can be sacrificed. Migration policies become mechanisms of selection and violence: pushing back, detaining, and ranking lives. Queer people in migration experience a multiplication of oppressions, suspended between persecution in their countries of origin and marginalization or blackmail in their destination countries. “Meridionalismo” (Southernism) thus becomes a key to reading the world. The rifts between North and South do not just cross Italy, but the entire global system: the “South” is a produced condition, a political space constructed through exploitation, colonialism, and historical inequalities. For this reason, for us, Southernism is also a critical practice and an alliance. Recognizing these connections means rejecting territorial hierarchies and building transnational solidarity among marginalized subjectivities: queer, migrant, and racialized people. We want a deep and non-negotiable transformation. We want our rights to no longer be selective or subordinate to citizenship, borders, or political utility, but fully recognized. We want a world where freedom of movement is guaranteed to all people, without hierarchies between worthy lives and expendable lives. A world where queer people can exist openly in every context, without being tokenized, silenced, or made invisible. A world where migration is not treated as an emergency, but recognized as an integral part of global history and the present. We feel the need to build real alliances between different territories and subjectivities, capable of crossing geographical and political borders. We recognize a common condition of oppression with the Palestinian and Iranian populations, and with all those belonging to the global South and the European peripheries, but also a shared potential for resistance. We want to transform Southernism into a living practice: not just an analysis of inequalities, but the concrete construction of solidarity, mutual aid, and collective struggle. We want to exist without having to justify our presence, without having to fit into acceptable categories. We want social justice, resource redistribution, and the freedom of self-determination to be placed at the center. The storm is already here. Ignoring it won’t stop it.
Always the Same Old Rain
And when it arrives, at first it seems like just a timid rain. The same old rain: made of injustices that, out of habit and because we endure them every day, almost stop soaking us. In an Italy represented today by a conservative political class, the rights of lesbian, gay, bi, trans, queer, intersex, and asexual (LGBTQIA)* people continue to be fragmentary and deeply insufficient compared to the actual needs of the community. This is clearly confirmed by the 2025 annual report of ILGA EUROPE, which places Italy among the last European countries for the recognition of rights and protections for LGBTQIA people. Ten years after the approval of Law 76/2016 (Cirinnà Bill), which introduced civil unions for same-sex couples, fundamental gaps remain open, starting with marriage equality and the full recognition of parenthood. Still today, those raising sons and daughters in these families face bureaucratic, legal, and social obstacles that deny them dignity and safety. The right to parenthood cannot be selective or subordinate to ideologies, but must be fully guaranteed without discrimination. It is unacceptable that an effective law against discrimination linked to sexual orientation and gender identity continues to be missing. Violence, hate speech, and discrimination are not isolated incidents, but systemic and increasingly widespread phenomena that require concrete tools for prevention, education, and protection. Delaying further, after the sinking of the “Zan Bill”, means legitimizing a climate in which too many people continue to live in fear, silence, or invisibility. What initially seemed like just a light rain is actually a system that continues to reproduce inequalities. The difference is that today we are no longer willing to let ourselves get wet without reacting. Let’s organize. Let’s speak up. Let’s build networks. Together, as a community and as allies, we demand full, concrete, universal rights. Because we no longer want to survive under this rain. We want to change the climate. * For further insights into the terminology used, see: Colonnello M.; Cortese Galdiolo M.; Costacurta M.; Crestanello A.; Cuccheri C.; De Zen F.; Falaguasta M.; Giardina G.; Olivetto Facchinetto F.; Pillon M.; Toffolo E.; Valleri V. (2023). Be yourself. Padova. Itinerari di Genere.
Training Even in the Downpour
We run even if it rains. We continue to live our daily lives without realizing, at times, that the downpour is increasing. In this way, we don’t stop being who we are, even when adversity remains. We run even if it rains. We train even in the downpour. We continue to live, play, and be present, even when the downpour increases and there are those who expect us to stop. But we push forward anyway. Sometimes without even realizing how much rain is falling on us. This is how we exist in sports: by resisting, every single day. On the path toward global events like the Milano-Cortina 2026 Winter Olympics, we ask ourselves what sense it makes to talk about inclusion if, in reality, so many people continue to be excluded. International