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Liberə, incazzatə e favolosə – Documento Politico Padova Pride 2021

Ci vogliamo liberə

perchè le nostre soggettività non sono in vendita ad una politica che continua ancora a tenere in ostaggio le nostre vite,

siamo incazzatə

perchè dopo 52 anni dai Moti di Stonewall ancora subiamo aggressioni nelle strade e nelle istituzioni,

siamo favolosə

perchè con i nostri corpi invadiamo la città per prenderci i nostri diritti.

 

 

Time to Pride

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Dopo più di un anno in cui la pandemia da Covid19 ha impattato sulla vita di tutte le persone ci riprendiamo di nuovo le strade della nostra città per urlare ad alta voce il nostro diritto a esistere e reclamare diritti per le persone della comunità LGBTQIA+. 

 

Il disegno di legge per la prevenzione e il contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità (conosciuto come DDL Zan) è ancora ostaggio in Parlamento ed è contrastato dalle forze più reazionarie del Paese che continuano a rimandarne la discussione in Senato, inventano tecnicismi assurdi e divulgano fake news sulla legge. 

 

Non siamo dispostə a scendere a patti con chi vuole fare giochetti sulle nostre vite e le nostre esistenze, chiediamo che questa legge venga approvata in Senato, senza ulteriori modifiche e senza altri passi indietro. 

Una sola legge non basta per risolvere problemi radicati profondamente nella cultura e nella società del nostro Paese, ma è un primo fondamentale passo per intervenire con più efficacia sugli altri fronti e per i quali serve un lavoro quotidiano e un totale ripensamento del presente, per creare finalmente una cultura del rispetto e della valorizzazione delle diversità. Abbiamo un’altra idea di futuro e di società, non abbiamo bisogno di sopravvivere all’interno di un mondo ciseteropatriarcale, razzista, sessista e abilista.

 

Le mura domestiche, anche in questo anno di pandemia sono state scenari di soprusi e vessazioni  per le donne e per le persone LGBTQIA+ che trovandosi chiuse in casa con i propri oppressori hanno subito violenze fisiche e psicologiche quotidiane. Si tratta di violenze strutturali e sistemiche che hanno radici culturali che non si risolvono solo con una legge.

 

Reclamiamo consultori e centri antiviolenza autonomi, autogestiti e transfemministi, per donne e persone LGBTQIA+: con un monitoraggio costante di bandi e fondi, già messi in campo dalla legge, affinché questi non siano destinati a pochi ma siano adeguati alle nostre esigenze e diffusi su tutto il territorio nazionale. Con i nostri corpi, diremo che il sesso non è un destino e che le nostre vite contano, rivendicando la dignità di ogni identità di genere fuori dal binarismo: vogliamo per questo la fine della rettificazione genitale alla nascita per le persone intersex, la piena depatologizzazione dei percorsi di transizione; un ripensamento della legge 164/1982 e la piena applicazione della legge 194/1978 sull’interruzione volontaria di gravidanza, nonché una legge che vieti a chi pretende di curarci di praticare le cosiddette “terapie di riconversione”. 

Chiediamo anche una legge sulla parità retributiva, sul modello di quella recentemente approvata in Islanda, e proponiamo di superare l’attuale disparità nel congedo parentale in modo che si creino pari opportunità per uomini e donne sul posto di lavoro, scoraggiando alla radice la discriminazione nei confronti delle donne.

 

Abbiamo diritto a una scuola pubblica e laica in cui le nostre soggettività vengano riconosciute e tutelate anche tramite percorsi di educazione sessuale, all’affettività, al consenso e alle differenze nelle scuole di ogni ordine e grado, che sia in grado di contrastare anche l’abilismo; vogliamo la piena parità e dignità anche per ogni identità di genere fuori dal binarismo uomo-donna e per ogni orientamento sessuale e/o affettivo. La formazione di un corpo docente preparato a confrontarsi con studenti LGBTQIA+ e con famiglie omogenitoriali è inoltre da ritenersi fondamentale per prevenire bullismo e discriminazioni. A tale fine, chiediamo al Consiglio Regionale del Veneto il ritiro della mozione 13 del 2015 che, nell’atto di vietare ipotetiche ideologie «destabilizzanti», alimenta fobie e oscurantismo.

Sempre per quanto riguarda la formazione vogliamo servizi pubblici capaci di rispondere alle esigenze della nostra comunità, in cui il personale sanitario e medico, giudicə, avvocatə e forze dell’ordine siano in grado di garantire dignità, rispetto e autodeterminazione alle persone della nostra comunità. 

Chiediamo inoltre la modifica dell’art. 85 del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza in modo tale che non sia più punibile chi adegua l’aspetto esteriore alla propria identità di genere, se differente da quella di appartenenza anagrafica. Allo stesso tempo chiediamo che venga promosso un clima che restituisca dignità e valore ai corpi e agli individui, in particolare garantendo il diritto all’autodeterminazione delle persone transgender e intersessuali, svincolando l’aggiornamento dei dati anagrafici dalla presenza di interventi chirurgici. Dovrà inoltre essere portato avanti un dibattito, a partire dalla stessa comunità LGBTQIA+, anche sulla questione dei minori trans* e della loro autodeterminazione in fase preadolescenziale.

 

Nell’ambito della salute la pandemia ha evidenziato la necessità di investire sulla medicina territoriale e sulla sussidiarietà: abbiamo già gli strumenti sanitari per sconfiggere l’HIV/AIDS ma questo non sarà possibile senza finanziare opportunamente i checkpoint community-based, investire su tracciamento, trattamento e conoscenza (la cosiddetta strategia 90/90/90) a livello nazionale ma soprattutto rendere gratuito l’accesso alla PrEP (come avviene anche in altri paesi europei).

Riteniamo anche che debba essere garantito l’accesso gratuito a preservativi e contraccettivi, nonché ai vaccini connessi a infezioni sessualmente trasmissibili, come ad esempio l’epatite A (HAV), e che si ponga fine alla discriminazione economica di genere (pink tax). 

 

Molte delle nostre tipologie relazioni e identità attualmente non godono di riconoscimenti sociali e giuridici e vengono trascurate dal dibattito pubblico, quali le famiglie omogenitoriali e i nuclei non monogami e poliamorosi. Maggiore considerazione dovrà essere rivolta, anche all’interno della stessa comunità LGBTQIA+, alle particolari istanze delle persone bisessuali e asessuali, nell’intento di facilitare il superamento dei pregiudizi che spesso ostacolano visibilità e che possono incrementare gli effetti del minority stress. Al Consiglio Regionale del Veneto chiediamo di ritirare la mozione 270 del 2014, che di fatto discrimina ogni tipo di famiglia non «fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna», e che provveda invece ad applicare la mozione 4 del 2010, per la prevenzione e la lotta ad ogni forma di discriminazione legata all’orientamento sessuale e all’identità di genere. Allo stesso tempo, riteniamo che debba essere abolita o modificata la legge 40/2004 affinché sia possibile per single e coppie, anche dello stesso sesso, accedere alla procreazione medicalmente assistita e al concepimento attraverso GPA (gestazione per altri)

 

Alle forze di governo domandiamo che si aprano tavoli di discussione su argomenti come il fine vita e la decriminalizzazione del lavoro sessuale garantendo a sexworker tutele e accesso gratuito ai servizi ginecologici e ai test per le IST.

 

Inoltre, per le persone migranti e rifugiate, ad oggi è sempre più difficile richiedere asilo per discriminazione verso minoranze sessuali e di genere. Il razzismo incide in maniera forte su questa mancanza di tutele, che noi invece riteniamo fondamentali: non possiamo e non vogliamo mettere da parte chi subisce omo-lesbo-bi-trans-intersex-afobia e attraversa i confini per salvarsi da quella stessa violenza che questa legge si propone di combattere. Auspichiamo che a livello locale e nazionale sia ripensata la gestione delle strutture per l’accoglienza allargando gli spazi per migranti e richiedenti asilo LGBTQIA+, donne e minori vittime di tratta, persone LGBTQIA+ senza fissa dimora e vittime di maltrattamenti in famiglia.

Al fine di evitare fenomeni di emarginazione, è necessario che si porti avanti un fondamentale lavoro di prevenzione attraverso l’integrazione scolastica e la promozione del dialogo interreligioso e interculturale.

È altresì fondamentale che lo Stato Italiano si spenda su queste tematiche, in particolare attraverso l’approvazione di una legge che conceda il diritto di cittadinanza per ius soli a tutti coloro che sono nati nel nostro Paese.

Invitiamo infine la stessa comunità LGBTQIA+ a liberarsi dagli stereotipi e dai pregiudizi che impediscono una reale integrazione.

 

Vogliamo anche una vera ed effettiva inclusione delle persone con disabilità all’interno della nostra società, che passi da una vera inclusione lavorativa, dalla creazione e il finanziamento di servizi assistenziali che garantiscano una vita indipendente e dal riconoscimento del diritto alla sessualità attraverso interventi educativi e attraverso l’introduzione della figura dell’assistente sessuale. Vogliamo inoltre il riconoscimento, la tutela e la giusta retribuzione dei caregiver, che non sono né autisti né badanti di chi non è autosufficiente ma sovente parenti, genitori o congiuntə e che sopperiscono alle mancanze dello Stato. Pretendiamo servizi scolastici adeguati, niente più barriere architettoniche nei luoghi di pubblica fruizione e nelle nostre città. Anche i mass-media devono lasciare spazio alle persone con disabilità, affinché diventino protagoniste del quotidiano e non più ospiti (spesso da compatire o da ammirare) e, con i loro corpi e le loro competenze, possano gettare luce e far chiarezza su un mondo ancora misconosciuto dal “grande pubblico”.

 

 

Vogliamo sollecitare la nostra comunità, in particolare i maschi gay, a liberarsi dalla pericolosa ossessione per l’apparenza e per la virilità, e a riflettere su quanta sofferenza auto-inflitta generino l’avversione per i corpi non conformi ai canoni estetici mainstream (body shaming e grassofobia in particolare) e per l’effeminatezza propria e altrui (femme shaming).

 

Considerando la storia come parte fondamentale della nostra identità, riteniamo che un’educazione degna di tale nome debba riconoscere l’antifascismo come valore imprescindibile per la società, insegnando fin dall’infanzia a rifiutare ogni forma di intolleranza e di legittimazione della violenza. 

Proprio perché vi è uno stretto legame tra identità e memoria, invitiamo inoltre a non dimenticare il processo storico e culturale che ha condotto alla costituzione della comunità LGBTQIA+ e a ricordare le vittime di violenza, in particolare dell’Omocausto. 

 

Al Comune di Padova chiediamo di introdurre, come già fatto dai comuni di Pavia e Torino, modifiche ai regolamenti di polizia locale che impediscano la concessione di spazi o suolo pubblici a coloro i quali non garantiscano i valori sanciti dalla Costituzione professando e/o praticando comportamenti fascisti, razzisti, omofobi, transfobici e sessisti. 

 

Crediamo nel valore dei simboli e per questo non accettiamo nella nostra città tali ideologie.

Crediamo invece nell’importanza  di valorizzare un’icona di libertà e di avanguardia come è stata Raffaella Carrà, simbolo della lotta per la libertà di espressione e di autodeterminazione.

 

Perciò chiediamo di dedicarle una via nel nostro comune, un gesto per cristallizzare il suo ricordo e con esso il profumo di libertà che nasceva da ogni suo gesto. Un donna che rimarrà per sempre nei nostri cuori e nelle nostre lotte, consapevoli della portata dei suoi grandi gesti che hanno costruito il nostro presente e che gonfieranno le nostre vele dirette verso il futuro. 

 

 

Costruiamo insieme una società migliore e più inclusiva, il 10 luglio scendi in strada Liberə, incazzatə e favolosə con noi!

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