Documento Politico Padova Pride 2019

Mag 21, 2019

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Documento Politico Padova Pride 2019

INTRODUZIONE

Sono trascorsi 50 anni dai Moti di Stonewall, la rivolta che ha scosso New York e costretto il mondo a riflettere sulla possibilità che anche le persone gay, lesbiche, bisessuali, transgender/transessuali, queer/questioning, intersessuali, asessuali/agender, non binarie e tutte le sessualità non normate (LGBTQIA+) potessero reclamare dei diritti.
I Pride celebrati in tutto il mondo sono una commemorazione ed una continuazione di quella lotta per la dignità e i diritti. Nonostante in Europa e nel Nord America siano stati raggiunti numerosi traguardi in merito ai diritti civili, in Italia continuiamo a sentire solo un’eco di queste conquiste. Per questi motivi Padova decide di ripetere l’entusiasmante esperienza che nel 2018 ha portato 13.000 persone lungo le sue strade a supporto della comunità LGBTQIA+.
Il 1° Giugno 2019 il Pride di Padova non sarà un’esperienza isolata, ma si accompagnerà fra maggio e giugno alle voci di Vicenza, Verona, Treviso e Trieste per ricordare al Triveneto che un mondo più inclusivo è possibile.

Considerando i recenti attacchi alle conquiste fondamentali del movimento di liberazione femminista, abbiamo deciso di donare a questo Pride un’impronta trans-femminista. Con questo rivendichiamo l’unicità della lotta per l’autodeterminazione sessuale, riproduttiva e sociale, indipendentemente da orientamento sessuale, genere, stile relazionale o altre caratteristiche incidentali della persona.
Intendiamo mettere in discussione gli anacronistici sistemi di potere che ancora danneggiano la persona senza alcun vantaggio per la società: patriarcato, eteronormatività e i vari fenomeni discriminatori che danno origine alla violenza sui corpi, femminili e non. Il nostro obiettivo è quello di contribuire ad un cambiamento sociale profondo a beneficio di tutte le persone secondo i principi qui esposti.

ORGOGLIO SENZA PREGIUDIZIO

Come Padova Pride, crediamo nell’orgoglio: di essere ciò che siamo, di essere parte della comunità LGBTQIA+. Respingiamo con forza ogni tentativo di nascondere o attenuare la nostra visibilità di persone LGBTQIA+, che è alla base della nostra lotta politica. Il Pride è un inno alla visibilità e una mano tesa, un incoraggiamento per chi ancora non può o non sa essere sé stess* alla luce del sole.

Detestiamo il pregiudizio, tra le più solide forme di discriminazione. Vogliamo insegnare, contro gli standard di questa società basata sul solo modello cis-eterosessuale, che il carattere e la personalità di un individuo non sono conseguenze dirette del suo orientamento sessuale o del suo genere.

L’orgoglio di essere chi siamo si manifesta anche nel promuovere atteggiamenti di accettazione, rispetto e apprezzamento del proprio corpo e delle proprie passioni, anche negli ambiti socialmente considerati più intimi o persino tabù. Puntiamo, quindi, a ridurre il pudore legato a temi della nostra comunità, pudore inteso come internalizzazione di codici etici ormai antiquati che impediscono di vivere a pieno titolo la propria identità.

Rifiutiamo il body shaming, comportamento discriminatorio che stigmatizza i corpi non conformi agli standard estetici vigenti instillando sensi di colpa, ad esempio, per essere sovrappeso o per aver lasciato crescere i propri peli. Noi invece affermiamo che non è giusto provare vergogna per qualsivoglia caratteristica fisica; se poi quell’aspetto del proprio corpo è apprezzato dalla persona, meglio ancora.

La libertà di esprimersi sta anche nei comportamenti di carattere sessuale, tra individui adulti e consenzienti. Troviamo che non ci sia nulla di vergognoso nelle attività kinky e BDSM: semmai troviamo vergognoso parlare in modo denigratorio degli interessi sessuali o non sessualmente normati di una persona, atto noto come kink shaming; è fondamentale ridurre il pregiudizio che circonda queste pratiche. Allo stesso tempo, non c’è nulla di vergognoso – né di patologico – nell’avere un atteggiamento neutrale nei confronti del sesso, o nel preferire non avere alcun rapporto sessuale. Anche questo fa parte della nostra identità, e si rifà alle differenze individuali, non a differenze di genere come lo stereotipo fa spesso intendere.

Combattiamo il concetto di cis-eteronormatività. L’eterosessualità non va assunta come caratteristica universale, ma come uno dei tanti orientamenti sessuali possibili. Similmente, intendendo con cisgender una persona che si identifica con il genere che le è stato assegnato alla nascita, invitiamo a non assumere che tutte le persone siano cis. L’interpretazione di situazioni generali in chiave costantemente eterosessuale e cisgender è oppressiva e deve finire. Inoltre, l’omosessualità non va assunta come unica alternativa all’eterosessualità: le persone attratte da più di un genere (bisessuali, pansessuali, ed altre ancora) esistono, non sono indecise, ma anzi scardinano il binarismo dei desideri che, come quello di genere, è duro a morire.

Il binarismo di genere porta avanti l’idea che esistano solo due generi (uomo/donna) i quali possono muoversi soltanto entro degli standard ben precisi di mascolinità e femminilità; questo concetto cancella l’esistenza delle persone non-binarie e, logicamente, impedisce il raggiungimento di una vera parità tra generi.

Noi crediamo nella libertà di ogni persona di adottare l’espressione di genere preferita, sia essa lontana o vicina da quelli che sono questi standard etero-cisnormati, e di esprimere con fierezza il proprio genere, sia esso concorde o discorde da quello assegnato alla nascita. Diamo impulso ad una conoscenza più approfondita delle nostre tematiche, in modo tale da contrastare il pregiudizio. Il genere è un fenomeno estremamente complesso, che tiene conto tanto di fattori interni quanto esterni alla persona, e non ha nulla a che vedere con i genitali o con qualsiasi altra caratteristica sessuale.

Da transfemminist*, repelliamo l’ideologia T.E.R.F. (un femminismo radicale che esclude le donne trans, considerandole uomini), che oltre ad essere eticamente inaccettabile va contro la stessa logica del femminismo. Se il genere è un costrutto sociale, non ha alcun senso escludere dal movimento femminista le persone transgender che oltretutto, essendo tra le prime vittime dei ruoli di genere, meritano il supporto che i femminismi terf vogliono negargli.

Intendiamo poi rassicurare quegli uomini (e donne) che si sentono vittime di un complotto politico atto a “ribaltare” i ruoli di genere. Il nostro obiettivo è combattere il privilegio, non rovesciarlo: tentiamo di formare una società in cui tutt* possano avere gli stessi diritti e le stesse opportunità, la libertà di agire e di ottenere dei risultati senza vantaggi di classe, di genere o etnici.

Coerentemente, ripudiamo i comportamenti machisti, esibizioni arroganti di virilità fondate su una sessista ed antiquata idea di superiorità psicofisica del maschio rispetto alla femmina (in un’ottica binaria). Il machismo lede la libertà non solo delle donne e di persone non binarie di avere pari opportunità, ma anche quella degli uomini di vivere la propria identità in una maniera più o meno lontana dagli standard di mascolinità della nostra società.
Proprio per questo, il MRA (Men’s Right Activism) non è soltanto inutile, ma persino dannoso: è un tipo di attivismo decisamente esclusivo che, rovesciando i principi transfemministi, va contro i precetti libertari su cui si dovrebbe basare una realtà veramente moderna e civile. La mascolinità tossica, dichiarata inesistente da alcun* attivist* maschilist* e alimentata dai comportamenti machisti, ha come standard un uomo forte, non emotivo e sessualmente predominante; si manifesta con atti di bullismo nei confronti dei maschi che non si conformano a quello standard, con molestie e strumentalizzazione del corpo femminile, con il mansplaining. Abbattiamo la mascolinità tossica per il bene di tutt*, in quanto tutt* possiamo esserne vittime: donne, persone non binarie, e uomini.

Per poter raggiungere veramente una parità tra i generi, sosteniamo lo studio e l’adozione di un linguaggio più inclusivo, che tenga conto tanto dell’ingiustizia di avere il maschile come genere prediletto nella grammatica quanto di quelle persone che, non riconoscendosi nel binarismo di genere, in italiano faticano a trovare pronomi adatti alla propria identità.

Chiediamo un mondo aperto e non ostile verso tutte le nostre soggettività, e chiediamo spazi sicuri quando e dove questo non sia ancora possibile. Abbiamo bisogno di alleat* e capiamo l’utilità degli spazi “friendly”: è bello poter programmare una vacanza con la certezza che l’hotel o il locale non si mostreranno omo-bi-transfobici, è positivo che esistano esercenti o aziende che desiderano essere accoglienti.

Con coscienza critica osserviamo anche l’altro lato della medaglia: il Rainbow Washing, vale a dire quella pratica per cui un’azienda o uno Stato decidono di sposare in modo strumentale la causa LGBTQIA+ allo scopo di posizionarsi in modo favorevole verso il proprio target di mercato o elettorale. Questo tipo di fenomeni hanno una matrice radicalmente capitalista che si confà perfettamente alle logiche del profitto.
Nel concreto molte grandi aziende multinazionali investono nei Pride o in altre iniziative “friendly” soltanto nei Paesi ove le questioni LGBTQIA+ sono sdoganate, mentre rimangono silenziose in quei Paesi dove prendere posizione a favore della nostra comunità sarebbe dannoso in termini di immagine e di vendite dei loro prodotti. In alcuni Stati, come ad esempio il Brasile o Israele, esistono leggi molto avanzate in merito ad alcuni diritti civili delle persone LGBTQIA+, mentre di fatto nel Paese c’è un alto livello di violenza omo-bi-transfobica a cui lo Stato stesso non pone un freno.

Chiediamo che le politiche inclusive messe in atto da aziende, enti e Stati siano sia formali che sostanziali. Chiediamo con orgoglio che enti e persone non si limitino a prendere atto delle nostre soggettività con liberale accettazione, ma provino a comprenderle.
Perché solo così le nostre conquiste possono essere sostanziali e rimanere stabili nel tempo. Perché solo così un po’ della nostra soggettività potrà contagiare il resto della società, contribuendo ad abbattere quella norma sessuale omologante e stereotipica che opprime tutta la società.

EDUCAZIONE

In linea con lo stesso concetto di orgoglio intrinseco nella parola Pride, riteniamo di fondamentale valore l’accettazione, verso sé stess* e verso l’altro, l’autorealizzazione e la stabilità e presa di coscienza di sé.

Sono sentimenti che si possono realizzare solo in un contesto florido, in cui l’individuo sia libero di esprimersi e sia portato a rispettare l’espressione e le diversità altrui. L’educazione e l’apprendimento in questo senso sono basilari, sia a livello infantile e preadolescenziale che in una visione di educazione permanente.

 

Per prevenire ogni situazione di omo-bi-transfobia è urgente una riflessione da parte di tutt* coloro che sono coinvolt* nell’agire educativo, nelle scuole tradizionali come in quelle alternative, così come nell’ambito familiare ed in ogni luogo dove avviene educazione informale, poiché la paura del diverso, gli stereotipi di genere e l’eteronormatività vengono appresi fin dai primi anni di vita. Riteniamo necessaria quindi l’inclusione di diversi modelli positivi non normati nel flusso di informazioni ed immagini riproposto quotidianamente, che veda presenti personalità LGBTQIA+, così come le donne anch’esse abitualmente poste in secondo piano, anche tra i riferimenti ad esponenti scientifici e storici, che sempre sono esistiti e sempre esisteranno come individui pienamente partecipi ed integrali di una realtà davvero plurale e non invece ghettizzati in un limitato numero di ruoli ritenuti socialmente accettabili dalla cultura patriarcale dominante.

 

Inoltre, alla luce dei fatti riportati regolarmente dalla cronaca, per prevenire ogni forma di violenza ginocida e/o transomofoba riteniamo importante promuovere efficacemente, soprattutto dall’infanzia, la cultura del consenso.

Chiediamo quindi ad ogni realtà, istituzionale o meno, che si occupi di apprendimento e formazione di rappresentare per ogni individuo un ambiente sicuro, libero da pregiudizi di qualunque natura (sessuali, etnici, culturali, ecc.) e che educhi alle differenze e ad un approccio consapevole alla sessualità ed all’affettività.

 

La formazione di personale educativo sulla cultura LGBTQIA+ e transfemminista preparato a confrontarsi con studenti appartenenti alla comunità e con famiglie omogenitoriali è inoltre da ritenersi fondamentale per prevenire bullismo e discriminazioni.

 

Chiediamo una costante attenzione all’uso di un linguaggio inclusivo, che superi il sessismo intrinseco alla lingua italiana e favorisca l’utilizzo di termini alternativi quando questi implichino una perdurante distinzione di genere di matrice culturale patriarcale.

 

Considerando la storia come parte fondamentale della nostra identità, riteniamo che un’educazione degna di tale nome debba riconoscere l’antifascismo come valore imprescindibile per la società, consentendo l’apprendimento fin dall’infanzia del rifiuto di ogni forma di intolleranza e di legittimazione della violenza.

Proprio perché vi è uno stretto legame tra identità e memoria, invitiamo inoltre a non dimenticare il processo storico e culturale che ha condotto alla costituzione della comunità LGBTQIA+ e a ricordare le vittime di violenza, in particolare dell’Omocausto.

 

Chiediamo al Consiglio Regionale del Veneto l’abrogazione della mozione n° 270/2014 che, con il pretesto di difendere una supposta “famiglia naturale”, arriva in realtà penalizzare le famiglie omogenitoriali, che sono anche le nostre; chiediamo l’abrogazione della mozione n 13/2015 sulla “ideologia gender” nelle Scuole, ovvero una ideologia inesistente che ha l’unico effetto di aumentare la diffidenza verso le persone LGBTQIA+ e verso l’educazione alle differenze, alimentando fobie e oscurantismo.

 

Chiediamo al Comune di Padova l’inclusione delle vittime LGBTQIA+ fra quelle commemorate in occasione delle celebrazioni per la Giornata della Memoria e l’apposizione di una targa presso il Tempio nazionale dell’Internato ignoto o in altri siti.

 

Chiediamo alle famiglie ed alle scuole di ogni ordine e grado di non delegare l’educazione sessuale di bambini e ragazzi a persone e gruppi dal chiaro orientamento religioso e con ovvie conseguenze come propaganda omo-bi-transfobica ed antifemminista, promuovendo invece la laicità anche in quest’ambito dell’educare.

 

SALUTE E AUTODETERMINAZIONE

La salute viene intesa dall’OMS non solo come assenza di malattia, ma come uno stato di benessere fisico, psicologico e sociale che si applica alle dimensioni che riguardano la qualità della vita anche delle persone LGBTQIA+, dal momento della loro nascita al momento della loro morte, garantendo loro la libertà di scegliere e di autodeterminarsi in ogni fase dell’esistenza.

Per questo troviamo inaccettabile la mancata applicazione della legge 194 sulla IVG (Interruzione Volontaria di Gravidanza), che dovrebbe garantire l’accesso all’aborto libero, sicuro e gratuito, e che viene limitata sulla base dell’obiezione di coscienza su tutto il territorio nazionale, con percentuali che in Veneto toccano il 73%.

Consapevoli che l’alternativa all’IVG legale sono gli aborti clandestini, chiediamo non solo che la 194 sia applicata, ma che l’obiezione di coscienza sia limitata al minimo o eliminata soprattutto negli ospedali pubblici e nelle farmacie, in cui, rispettivamente, le pillole abortive (RU-468) e le pillole del giorno dopo (contraccezione d’emergenza) spesso non sono reperibili.

Al fine di promuovere la salute sessuale della popolazione riteniamo fondamentale un’attiva lotta ai pregiudizi che ancora permeano il sesso in tutte le sue sfaccettature. Crediamo sia fondamentale che la società civile, in particolare il personale sanitario, si occupi della salute sessuale di ogni persona, anche adottando politiche di non discriminazione, un linguaggio inclusivo e un atteggiamento positivo nei confronti del sesso (sex positive), comunque venga praticato.

 

Auspichiamo che le istituzioni riconoscano e sostengano un approccio alla salute che coinvolga attivamente le comunità delle persone LGBTQIA+. Va fatto particolare riferimento alla prevenzione delle IST (infezioni sessualmente trasmissibili) senza distinzione di età, con particolare attenzione alle persone sieropositive e alle persone transgender.

Chiediamo una riflessione puntuale circa l’introduzione della PreP (Profilassi Pre-Esposizione) come metodo di profilassi complementare (non alternativa) al preservativo per prevenire l’infezione da HIV. Va focalizzata l’attenzione sulle categorie maggiormente a rischio de* sex-worker e degli uomini che hanno rapporti sessuali con altri uomini (MSM), senza però limitarsi ad esse solamente. Un dibattito consapevole sull’argomento non potrà prescindere, inoltre, dalla richiesta di una maggiore accessibilità al farmaco, anche dal punto di vista economico, per chiunque lo richieda, e dall’istituzione di campagne informative per quanto riguarda uso ed effetti collaterali.

Riteniamo anche che debba essere garantito l’accesso gratuito a preservativi e contraccettivi, nonché ai vaccini connessi a infezioni sessualmente trasmissibili.

Ribadiamo energicamente il nostro rifiuto rispetto a qualsiasi presunta forma di terapia che si proponga come riparativa o correttiva per orientamento sessuale e identità di genere, in particolare la presunzione di poter curare l’omosessualità egodistonica.

 

Chiediamo inoltre la depatologizzazione dell’intersessualità e della transessualità a qualunque età, evitando interventi sui bambini (salvo in casi di reale e contingente pericolo per la salute) e mantenendo l’assistenza medica dal Servizio Sanitario Nazionale, allargando e potenziando i centri di eccellenza.

 

Per quanto riguarda la salute riproduttiva, chiediamo l’accesso alle tecniche di PMA (procreazione medicalmente assistita) inclusa la GPA (gestazione per altri), tanto per le persone eterosessuali che per le persone LGBTQIA+, ponendo attenzione sia a garantire l’autodeterminazione delle persone sui propri corpi sia a impedire ogni forma di sfruttamento, anche provvedendo a rendere economicamente accessibili queste tecniche.

 

Chiediamo che siano implementati i fondi necessari a garantire i programmi di educazione alla sessualità e all’affettività nelle scuole, fondi che vengono continuamente ridotti, e che i programmi adottati si basino su principi inclusivi, scevri da pregiudizi sulle soggettività LGBTQIA+, che permettano di sviluppare un atteggiamento sano nei confronti della sessualità, dei rapporti tra soggetti e che apra uno spazio sicuro di riflessione e di confronto su erotismo e autoerotismo, contraccezione, interruzione di gravidanza, genere e generi, al di fuori da ogni logica binaria.

RELAZIONI

Nonostante l’articolo tre della costituzione Italiana garantisca uguale dignità a tutti i cittadini davanti alla legge senza distinzioni di condizioni personali o sociali, la nostra legislazione prevede istituti differenti per la formazione di vincoli familiari per persone eterosessuali e persone omosessuali.

 

Le Unioni Civili tra persone dello stesso sesso, introdotte nel 2016, hanno alleviato la situazione di molte famiglie LGBTQIA+ fino a quel momento escluse da qualsiasi tipo di tutela e riconoscimento. Tuttavia, il legislatore non ha voluto riconoscere la piena legittimità delle famiglie LGBTQIA+, e ha voluto anzi rimarcare la differenza tra famiglie eterosessuali e famiglie LGBTQIA+, attraverso la creazione di un istituto separato e dotato di minori tutele. Tra le altre mancanze, le Unioni Civili tra persone dello stesso sesso non prevedono in alcun modo la genitorialità, nemmeno l’adozione del figlio del partner. Non solo: la comunità LGBTQIA+ comprende persone che, per le loro caratteristiche di genere o di orientamento, potrebbero ricadere sia nell’istituto matrimoniale sia nelle unioni civili. Queste persone sono quindi poste di fronte a scelte irricevibili: ad esempio una donna bisessuale potrebbe aspirare alla genitorialità solo se in relazione con un uomo; una donna trans che all’anagrafe sia ancora “maschio”, se avesse una compagna e volesse dei figli, si vedrebbe costretta a scegliere tra il cambio anagrafico e l’essere genitore.

Queste discriminazioni sono frutto di una anacronistica visione della famiglia, basata esclusivamente sul matrimonio di un uomo eterosessuale con una donna eterosessuale, e regolata da rigidi ruoli di genere in cui gli uomini sono padroni della famiglia e le donne sottomesse gregarie.

 

Spinto dalla stessa visione patriarcale delle relazioni familiari, l’attuale governo Conte inaugura una nuova stagione di attacchi ai diritti delle donne. Il ddl Pillon, il ddl De Poli e il World Congress of Families di Verona sono attacchi diretti alle tutele in materia di vita familiare ed autodeterminazione finalizzati a proteggere e favorire la violenza domestica.

 

Ispirandosi ai principi della Costituzione, il Padova Pride 2019 si batte per il riconoscimento dei diritti inviolabili della persona, sia come singola che nelle formazioni sociali delle quali è parte. Crediamo che l’individuo abbia dignità in sé stesso e abbia diritto di formare relazioni con altre persone consenzienti nel numero e nelle forme che ritiene più opportune, senza distinzione di sesso, di orientamento sessuale, di genere, di etnia, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. Sosteniamo l’autodeterminazione e l’etica quali valori fondanti della vita affettiva, sessuale e sociale.

 

Riteniamo che le non monogamie etiche, ovvero l’avere più di una relazione intima per volta, con il consenso di tutte le persone coinvolte, siano legittime espressioni di questi valori.

 

Reclamiamo l’adeguamento del resto della legislazione ai principi della Costituzione attraverso l’eliminazione della disparità di trattamento basata sull’orientamento sessuale e sul genere.

 

Inoltre il Padova Pride 2019, ispirandosi ai principi transfemministi, reclama il diritto di ogni persona a decidere del proprio corpo, a definire le proprie identità, e ad esprimere il proprio genere senza timore di repressione, violenza, o discriminazione da parte della società, nonostante le norme culturali attualmente vigenti: sia il genere sia il sesso sono culturalmente costruiti, del tutto o in parte, e possono essere cambiati. Anche il supposto destino biologico delle donne (maternità e lavoro domestico) è socialmente costruito: il Padova Pride 2019 si unisce alle lotte contro la regressione dei diritti riproduttivi e delle tutele contro la violenza familiare difendendo l’aborto libero e sicuro ed il diritto alla sicurezza all’interno delle relazioni. La genitorialità è una scelta che, lungi dall’essere obbligata, dovrebbe essere accessibile anche al di fuori di condizioni strettamente biologiche ed economiche: il Padova Pride chiede l’accesso alle tecniche di PMA (procreazione medicalmente assistita) inclusa la GPA (gestazione per altri), tanto per le persone eterosessuali che per le persone LGBTQIA+, ponendo attenzione sia a garantire l’autodeterminazione delle persone sui propri corpi sia a impedire ogni forma di sfruttamento, anche provvedendo a rendere economicamente accessibili queste tecniche.

 

 DIRITTI CIVILI E SOCIALI

Nell’ottica di un generale diritto alla felicità riteniamo che lo Stato debba assicurare alla popolazione tutta una serie di diritti tanto civili quanto sociali.
Riteniamo necessaria una legge di contrasto all’omo-bi-transfobia estendendo la Legge Mancino e azioni concrete dallo Stato e dai Comuni, come ad esempio l’adesione alla rete RE.A.DY, nonché una legge sul matrimonio egualitario. Chiediamo l’accesso alla genitorialità senza il discrimine dell’orientamento sessuale, del genere o della situazione sentimentale; chiediamo sia la possibilità dell’adozione sia il riconoscimento alla nascita dei figli, per le relazioni omosessuali e/o non etero-cis-normate.
Ci opponiamo al Decreto Sicurezza in quanto convinti dell’inalienabilità del diritto di asilo, come riporta anche l’articolo 14 della “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo”.
Riteniamo anche che debba essere garantito l’accesso gratuito a preservativi e contraccettivi e che si ponga fine alla discriminazione economica di genere nella forma di imposte indirette, partendo al più presto dalla classificazione di assorbenti, tamponi, coppette mestruali quali beni di prima necessità (pink tax).
Chiediamo una legge sulla parità retributiva sul modello di quella islandese e proponiamo di superare l’attuale disparità nel congedo parentale in modo che si creino pari opportunità per uomini e donne sul posto di lavoro, senza dimenticare una seria lotta al precariato istituendo garanzie e scoraggiando i contratti atipici.
È importante colmare il vuoto legislativo riguardo il mobbing, in modo tale da poter
procedere anche a livello penale contro questo tipo di discriminazione.
È necessaria inoltre un’adeguata formazione sulle tematiche della violenza e della
discriminazione di genere per chi opera nei luoghi sensibili e in contesti di protezione
(tribunale, forze dell’ordine, ospedali). Chiediamo di rendere praticabili e in un regime di autodeterminazione e legalità, con tutte le tutele legate al lavoro, il sex working e l’assistenza sessuale per persone con disabilità.
Chiediamo l’abolizione di ogni legislazione anti-blasfemia.

PER UN PRIDE INTERSEZIONALE

L’intersecarsi di tematiche LGBTQIA+ e di tematiche legate a etnia, cultura, classe sociale, abilità, età, è forse fra i più evidenti cambiamenti che hanno attraversato la comunità LGBTQIA+ nei tempi recenti. Pertanto le battaglie tradizionali del movimento sono necessariamente attraversate e unite a quelle anti-razziste e per una società che sappia accogliere e includere le differenze anche etniche e culturali.

Chi ha fatto domanda di asilo recentemente ha visto l’iter di rilascio reso più complesso dal Ddl 840/2018, noto alle cronache come decreto sicurezza e immigrazione. Quest’ultimo Ddl, sulla scia di analoghe iniziative precedenti, va a colpire anche le persone migranti LGBTQIA+, aumentando la marginalità di persone di per sé esposte a rischio discriminazione.

Il Padova Pride chiede un netto cambio di rotta rispetto alle politiche adottate a livello nazionale per quanto concerne il tema delle migrazioni, proponendo quindi l’abolizione dell’attuale legislazione, viziosa in un’impostazione razzista, promuovendo invece modelli virtuosi di inclusione ed accoglienza a livello locale, promotori degli ideali di solidarietà ed inclusione.

Un’attenzione particolare deve essere rivolta alle ragioni che spingono le persone a migrare, in particolare per le persone LGBTQIA+. In questo senso una lotta a favore di tutte le persone migranti è anche una lotta in favore di coloro che si identificano o vengono identificate come persone LGBTQIA+.

Un’altra fonte potenziale di esclusione e marginalità sociale è l’appartenenza ad una data classe sociale, termine con cui intendiamo il gruppo di persone che rientrano in una data fascia di reddito e che occupano una posizione comune entro i rapporti che caratterizzano la nostra società.
É assolutamente evidente come le ineguaglianze economiche e sociali siano diffuse a livello globale, prodotto di una distribuzione delle risorse non solo ingiusta, ma anche irrazionale.

I soggetti appartenenti alle classi sociali economicamente più deboli sono costretti a condurre una vita precaria, perché hanno maggiori difficoltà ad accedere a quelle risorse materiali che garantiscono non solo la sussistenza ma anche il soddisfacimento di quei bisogni che garantiscono agli individui una vita piena e felice.
La precarietà economica rende le persone ricattabili anche nel mondo del lavoro, subordinando la loro dignità alle esigenze di un sistema strutturalmente ingiusto, fondato sui meccanismi della cosiddetta “società della prestazione”.

La discriminazione di classe si incrocia con quella che colpisce le persone LGBTQIA+, relegando quest”ultime alla marginalità e all’esclusione sociale.
Il pregiudizio infatti può bloccare l’accesso al mercato del lavoro, o addirittura rendere le persone LGBTQIA+ ricattabili per via del loro genere o orientamento sessuale. La precarietà dei diritti sociali risulta inoltre acuita dall’assenza di alcuni diritti civili: ad esempio la legge italiana non proibisce l’omogenitorialità, ma il riconoscimento dei figli per una coppia omogenitoriale richiede un costo economico ingente, quello di una causa legale, che non è previsto invece per le coppie eterosessuali.

Il Padova Pride si schiera dalla parte di un welfare inclusivo e in grado di garantire una vita dignitosa a tutt*, a prescindere dall’occupazione lavorativa o dalla sua mancanza.
Chiediamo di una legislazione che garantisca la dignità e la stabilità economica di tutt* i/le lavorator*, senza renderl* ricattabil* in base a fattori personali.

Riteniamo che tutt* – a prescindere da abilità e disabilità – dovrebbero aver accesso allo spazio pubblico, ognun* secondo le proprie inclinazioni e capacità: a partire dallo spazio meramente fisico (barriere architettoniche, accessibilità) fino ad arrivare a quello professionale e politico (pari opportunità).
Notiamo come la sessualità delle persone con disabilità (fisiche o intellettive) sia ancora in parte un tabù: questo le costringe spesso a rinunciare al sesso (il che rientra nella discriminazione verso le persone disabili o “abilismo”). Per le persone disabili ed LGBTQIA+ la situazione è ancor più complessa: in assenza di una adeguata formazione, anche nell’ambiente sanitario ed assistenziale si dà erroneamente per scontata l’eterosessualità. Dinamiche simili tendono ad applicarsi alla sessualità delle persone anziane (discriminazione in base all’età o “etaismo”).
Le persone disabili e le persone anziane dovrebbero poter vivere il sesso se lo desiderano, siano esse etero oppure no, a prescindere da una norma sessuale che riesce ad immaginare il sesso soltanto in pochissime modalità (ovvero tra persone etero, abili, giovani, visivamente gradevoli in senso stereotipico).

Le lotte LGBTQIA+ si intersecano quindi con quelle anti-abiliste ed anti-etaiste, ed in generale con le lotte per abbattere l’attuale visione ristretta ed omologante dei rapporti umani: sentimentali, sessuali, sociali.

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