Voci fuori dalla storia: Rivoluzione gaia storia di una coscienza collettiva con Porpora Marcasciano

Apr 17, 2020

Intervista a Porpora Marcasciano testo integrale

Eva:
Buongiorno a chi ci sta seguendo da casa, siamo Schiara, ovvero la parte più dionisiaca del comitato Padova Pride, oggi presentiamo la nostra prima iniziativa, Voci fuori dalla storia. Voci fuori dalla storia vuole un po’ raccogliere storie dimenticate, testimonianze, voci fuori campo, un po’ rivoli dimenticati della vita della comunità LGBTI.
Abbiamo organizzato questa serie di interviste dove il tono, come potete capire, sarà informale, ma non per questo meno serio di un incontro tra amiche che fanno la manicure assieme. Ciò che ci ha spinto a fare tutto ciò è sicuramente una grande sete di sapere antropologico, dall’altra anche una lodevole voglia di cazzeggio intellettuale.
Un’ultima avvertenza per chi ci segue da casa, tutti i promotori e tutte le promotrici di “Voci FUORI dalla Storia” sono single.
Danilo a te la parola, iniziamo la nostra intervista.

Danilo:
Oggi abbiamo con noi Porpora Marcasciano, storica attivista trans e attuale presidente del MIT (Movimento Identità trans) che è una delle più grandi associazioni a tematica trans d’Europa. È anche autrice di diversi libri, ricordiamo l’ultimo che ha presentato anche al Padova Pride del 2018 che è “l’aurora delle trans cattive. Storie, sguardi e vissuti della mia generazione transgender”.
Con lei vogliamo parlare del suo primo periodo di attivismo a cavallo tra gli anni Settanta e anni Ottanta della storia italiana. È un periodo molto intenso per l’attivismo LGBT: a seguito dei moti di Stonewall, in Italia abbiamo il primo movimento omosessuale, ossia il FUORI, il cui massimo rappresentante è sicuramente Mario Mieli, nel ‘75 viene assassinato Pier Paolo Pasolini che come ha raccontato Porpora, segnerà l’inizio della sua carriera da attivista. Due anni dopo Porpora fonda il collettivo NARCISO la cui sigla corrisponde a Nuclei Armati Rivoluzionari Comunisti Internazionali Sovversivi Omosessuali che nacque in seguito alla rottura con il Fuori per via del suo avvicinamento politico con il Partito Radicale. Quindi arriviamo agli anni ‘80 che segnano una svolta nello dell’attivismo perché nell’82 abbiamo la legge 164 che regola il cambio di genere, grazie anche al supporto e al contributo del MIT. Però gli anni ‘80 segnano anche l’inizio del reflusso. Sono gli anni in cui muore Mario Mieli in particolare nell’83 e sono gli anni in cui l’AIDS arriva nei media e negli ospedali d’Italia, a proposito Porpora disse

la malattia era diventata l’elemento di discussione, il centro della nostra attenzione, del nostro dibattito, la stavamo interiorizzando e alla fine ci ammalammo. Una malattia psicologica prima ancora che fisica, politica, che imparammo col tempo a chiamare riflusso

Per cui, prima di tutto vorrei chiedere a Porpora: come va? Come stai superando questa quarantena?

Porpora
Non so se la sto superando, la sto vivendo, la sto subendo, un po’ come tutte e tutti. È una dimensione talmente nuova e inaspettata che ancora non riusciamo ad elaborarla e a capire esattamente come stiamo.
Oggi per me è il quarantunesimo giorno di isolamento, lo definirei dorato perché sto in campagna, in montagna quindi mi posso muovere, però è da quarantuno giorni che non metto piede a Bologna e che non metto piede al MIT che per me invece era un qualcosa di quotidiano perché ero pendolare, ogni giorno andavo a Bologna, e questa dimensione mi dà un po’ il senso dell’oblio, ecco, è come se mi stessi abituando a questa solitudine, anche piacevole devo dire perché i ritmi sono i miei, però è come se mi allontanasse dal normale, sempre di più dal mio quotidiano, da quello a cui ero abituata. Le riflessioni sono tante, i pensieri altrettante sul passato presente e soprattutto sul futuro, su quello che succederà. Ecco. Penso che questo sia diciamo l’elemento chiave cosa succederà e cosa sarà dopo.
Quindi in alcuni momenti prevale il pensiero positivo in altri quello negativo, pessimismo, ottimismo e, mi dico stiamo a vedere. Un po’ di curiosità c’è.

Danilo
Nel racconto di questo primo periodo abbiamo fatto iniziare con Stonewall ed è dovuto al fatto che comunque la comunità LGBT italiana, tendenzialmente conosce più Stonewall che magari i fatti di Sanremo. Cioè conosciamo di più la storia americana rispetto a quella italiana. Quindi prendendo ad esempio Stonewall, cosa ha davvero significato per te e per voi che muovevate i primi passi con l’attivismo?

Porpora
Beh, io faccio una promessa che è importante e credo di farla a livello collettivo, mi permetto di farla. Cioè noi di Stonewall, io personalmente ma tanti altri, ne hanno incominciato a conoscere le sorti, tutto, gli accadimenti, ma anni dopo. Quando io sono entrata nell’attivismo politico gay, – fondamentalmente perché era quello – che definivamo frocio, noi sapevamo della rivolta, che c’era stata a New York, però tutto quello che c’era attorno, i personaggi, di come era scoppiata, di tutto quello che aveva significato, ancora non avevamo una coscienza molto chiara, forse perché era passato poco tempo, forse perché non esistevano ancora i mezzi di comunicazione veloci, come li conosciamo oggi, a cui siamo abituati oggi, però noi ci siamo mossi fondamentalmente con un vento che tirava, un vento di liberazione che attraversava tutto il mondo. Quindi noi presi da questo grande fermento, quello degli anni ‘70 che attraverso le università, fabbriche, tutto, noi volevamo fare, c’era tutto da fare, avevamo questa esigenza, un bisogno forte di liberarsi, di liberazione e entrammo in scena, ci demmo da fare. Quello era il periodo che noi definimmo dei cento collettivi, perché collettivi autonomi sbucati in ogni dove, in ogni città d’Italia, anche le più piccole, anche la provincia più lontana, aveva il suo collettivo frocio. però non riuscivamo ancora a storicizzare, a darci dei punti.
Ci si muoveva semplicemente con la smania e la convinzione soprattutto che ci lasciavamo alle spalle l’oppressione e avevamo davanti la liberazione. Stonewall arrivò dopo.

Danilo
Se la conoscenza di Stonewall è arrivata dopo, quello invece di movimenti omosessuali e LGBT precedenti a Stonewall, penso ad esempio alla Guerra mondiale, o comunque di dieci, venti anni prima, ne avevate conoscenza? Erano passate le informazioni?

Porpora
Le informazioni passavano, non c’erano grandi mezzi di informazione, c’era qualche fanzine, dei volantini, sui giornali quali Lotta Continua, il Manifesto, ogni tanto sbucava qualcosa.
Io direi che stavamo mettendo insieme l’informazione, la comunicazione e la cosiddetta controinformazione, quindi era una sorta di mosaico che si stava ricomponendo, quello che secondo me è difficile capire oggi è la non immediatezza dei fatti, la non corrispondenza. Cioè, la comunicazione era molto più lenta, quindi bisognava a mano a mano farla propria. C’era qualcuno che lo faceva, sicuramente c’è da citare Mario Mieli, altri gruppi, collettivi, anche il FUORI, però ripeto, era in atto la liberazione, cioè era partita da poco, e quindi non potevamo per motivi normali avere tutta la situazione, tutto quello che succedeva nel mondo, New York, San Francisco, Londra, Parigi, quindi le notizie le avevamo man mano e man mano le facevamo nostre, le elaboravamo, e le traducevamo in lotta quotidiana.
Penso che un po’ poteva essere questo, poi giusto per dare una traccia chiara, man mano negli anni, nel tempo, quando incominciò ad apparire chiaro quali erano i contorni internazionali del movimento, della scena frocia mondiale, a mano a mano cominciava ad apparire un quadro più definito e più definitivo. Ma all’inizio no, almeno personalmente io incominciai la mia, non la definisco neanche militanza ma la mia coscienza, la cominciai in un paesino del Sud, vi lascio immaginare quale potevano essere le comunicazioni a livello di conoscenza. Mi facevo portare da amici e compagni dei giornali dalla città, da Roma, Milano, e feci l’abbonamento all’Arcana Editrice, che era una casa editrice alternativa, e tra i libri ordinati che mi venivano consegnati sigillati, nessuno li poteva vedere, c’era il libro “Omosessuale, Oppressione e liberazione” di Altmann. Quello fu il mio primo materiale, mio personale, che me lo custodivo, me lo guardavo, me lo leggevo e rileggevo, anche se non capivo un cazzo.

Eva
Di cosa parlava?

Porpora
C’era un’introduzione di Alfredo Cohen, che era semplicemente più chiara.
Tutto il resto tracciava quello che era un percorso di liberazione, emancipazione, soprattutto di coscienza di sé. quindi era un libro non scorrevolissimo.
All’epoca non ci riuscivo, leggevo qualche pagina, ma per me l’importante era avercelo, custodirlo, ed era una sorta di prova.

Eva
Un amuleto.

Porpora
Un amuleto, esatto.

Marco
Penso che però anche voi avrete, per esempio io che quando ho comprato “Elementi di Critica omosessuale”, per me come sapete è un punto di riferimento, anche se la prima volta che l’ho letto non ho capito nulla di quello che era scritto. Penso sia una cosa comune, che ne pensate?

Eva
Sì, anche se per me sono altri testi. L’etica di Spinoza, i discorsi di Churchill. Sono libri che ti confortano.

Porpora
Ma all’epoca l’importante era avercelo. Anche “Elementi di Critica omosessuale” di Mario Mieli, che uscì qualche anno dopo, io lo comprai subito, però come dire, mi era difficile leggerlo anche quello nonostante conoscessi Mario Mieli, nonostante stessi già dentro una dimensione libertaria. Però erano libri, testi simbolici, il fatto stesso di possederli, di averli, era un segnale di liberazione, un po’ un esserci, essere sul pezzo, essere nella scena.

Danilo
Prima hai usato una definizione troppo bella che non avevo mai sentito, “il periodo dei 100 collettivi”, che secondo me è bellissimo come termine. Tu sei sta tra le fondatrici del collettivo NARCISO, di cui però stavamo cercando informazioni su internet ma non abbiam trovato tanto. Ci puoi raccontare uno spaccato dell’attività?

Porpora
Allora, il NARCISO che poi negli anni diventerà il “Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli” nacque esattamente nel 1979, però le radici le aveva già nel ‘78. Fu diciamo un’idea mia, di Marco Sanna che non c’è più, ci ha lasciato durante l’epidemia di AIDS, è tra o tanti amici che l’AIDS ci ha strappato. Quindi io, Marco Sanna, un’altra pazza, folle di cui si dovrebbe tanto parlare ma che è stata dimenticata che si chiama Enzo Ienna, che io in AntoloGaia chiamo Zanza, che era una fuori, era anche nei collettivi omosessuali milanesi con Mario Mieli. Facemmo questi manifesti che attaccammo all’università di Roma e alla mensa dell’università con un annuncio “siamo un gruppo di gay autonomi rivoluzionari, ci piacerebbe vederci, incontrarci per formare un collettivo”. Mettemmo questo annuncio, lo pubblicammo su Lotta Continua. l’appuntamento era all’aula sesta di lettere, che era l’aula occupata. Al primo incontro oltre noi tre c’erano altre due, quindi eravamo pochissime. Poi al secondo eravamo in sette, poi man mano è diventato un bel gruppone consistente, credo che il nucleo centrale era di venti ma arrivavamo anche a trento o quaranta.

Eva
Questo Enzo Ienna, che ci hai citato prima, cosa aveva di particolare? Mi è sembrato un personaggio interessante.

Porpora
L’Enza, la chiamavano al femminile, lei si chiamava al femminile, era dentro a diversi collettivi, ma non solo gay, c’erano i collettivi studenteschi, autonomi ed era un grandissimo provocatore. All’epoca la provocazione era il nostro forte, no?! Rovesciava il senso e il significato delle cose, e anche delle parole. Io lo dico spesso e lo sottolineo nei miei passaggi, nelle mie letture, Enza declinava tutto al femminile, e le parole che già erano femminili ci aggiungeva ‘-essa’. Ad esempio, sigaretta-sigarettessa, scarpa-scarpessa, vita-vitessa. Questo poi diventò uno slang condiviso. Lei è stata anche una delle produttrici di senso, una delle produttrici di parole che poi sono diventate di uso comune. E viveva un po’ nelle case occupate di Via Morigi a Milano, dove c’erano i C.O.M., Collettivi Omosessuali Milanesi, e un po’ a Roma in via Dei Volsci nelle sedi di autonomia operaia. Io condividevo con lei la sua parte romana, poi vivemmo insieme, lei venne a case mia, purtroppo perché era ingestibile, per un paio di anni. C’era la teatralità, l’esagerazione, cioè tutto questo insieme che era esplosiva. Quindi io, lei e Marco Sanna demmo via a questo percorso.
Due parole su Marco Sanna, visto che si parla di voci fuori dalla storia, ma Sanna è molto conosciuto in una parte del movimento di quegli anni. Era una persona che scriveva, che elaborava, era un attivista che metteva di suo una grossa potenza. Ed è stato un personaggio che ha prodotto tantissimo. È morto nel ’91 di AIDS, appunto. Di lui ci resta un libretto che non si trova in giro, con le sue poesie e una serie di articoli pubblicati sul manifesto, lui scriveva per il manifesto, che dà il senso e lo spessore di Marco. Con Marco eravamo molto legati: eravamo amici, complici, amanti, tutto questo messo assieme. Anche perché parliamo di un periodo in cui il sesso e la sessualità che erano l’elemento base, l’elemento portante dei nostri gruppi, dei nostri collettivi, era centrale. Per cui con Marco avevamo anche deciso che le amicizie almeno all’interno del NARCISO venissero sessualizzate. C’era il sesso come mezzo potente di conoscenza e di comunicazione, cosa che oggi un po’ abbiamo smarrito.

Danilo
Ci siamo imborghesiti

Porpora
No, non è quello. Credo ci siano una serie di elementi su cui riflettere. non dimentichiamo che tra ieri e oggi, non è passato una pesta ma due. Prima l’AIDS che ha segnato uno scollamento grosso, potente con il corpo e con la fisicità. Perché il corpo, il sesso e la sessualità erano la fonte del pericolo, del rischio. Noi inconsapevolmente siamo entrati una fase post AIDS in cui tutto questo poi veniva un po’ messo da parte. Oggi stiamo in un’altra fase sempre di peste, chiamiamola così perché dice bene quello che stiamo vivendo, vedremo dopo cosa succederà. Sicuramente l’AIDS ha segnato uno spartiacque tra un prima e un dopo. Quella che è in atto adesso, ancora non lo conosciamo, vedremo, però penso che una responsabilità grossa del movimento LGBT dovrebbe essere quella di storicizzare il proprio percorso, di capire, di riflettere cosa è successo. Perché noi questo in Italia, sottolineo in Italia, non lo abbiamo fatto.

Eva
Molto interessante questa espressione che hai usato prima, storicizzazione, che è una coscienza di sé entro la storicità, e mi ha colpito che hai parlato della non immediatezza dei fatti. È un po’ la situazione che stiamo vivendo, perché non riusciamo a vedere gli effetti a lungo termine, stessa cosa che hai detto di Stonewall, i fatti hanno degli effetti a lungo termine dilazionato in qualche modo. Hai messo già un concetto pesante, il sesso come centrale, le amicizie sessualizzate, mi chiedo se sia ancora ripetibile, se sia la modalità preferibile.

Porpora
Aggiungo solo un elemento su quello che ho appena detto. Il sesso, la sessualità e il corpo erano centrali in quel periodo, ma non solamente per i gruppi gay lesbico e trans, ma anche per il femminismo. Giusto per citare due esempi grossi. Pensiamo che il femminismo al centro metteva il corpo delle donne, ad esempio l’aborto e alcuni fatti che sono stati messi ai margini da sempre. Il corpo e la fisicità non si poteva parlare, non si poteva vivere. Consapevoli di questo si riportava al centro. È chiaro che oggi è cambiata la realtà, sono cambiate le condizioni, la sessualizzazione dell’amicizia non avrebbe senso

Danilo
Volevo collegarmi al fatto della storicizzazione, perché secondo te ci siamo persi pezzi di storia e non si è voluto costruire un percorso, una memoria collettiva?

Porpora
Posso essere sincera? Come dicevo prima, il sopraggiungere dell’AIDS ha segnato uno spartiacque tra un prima e un dopo. Il prima che era fatto dalle grandi contestazioni, dalle grandi rivoluzioni tra cui anche quella sessuale, come è stata definita da molti. E un dopo AIDS che coincide anche con un reflusso di un movimento più grosso italiano e mondiale. In Italia una questione: il fatto che i cento collettivi diventano e si assemblano in una sola compagine o in poche altre compagini, nel preciso in ARCIGAY poi ArciLesbica, il MIT già c’era ma era un po’ slegato, e si sceglie, non so poi chi ha scelto esattamente, di seguire la linea partitica. A mio avviso in quel momento si crea una scollatura tra l’essere movimento ed essere partito. Perché il movimento a mio avviso ha un suo senso di lotta, di pungolo alla politica partitica. Io non voglio screditare né l’uno né l’altro, perché ognuno ha il suo ruolo, l’importante è capire il ruolo, il senso e le dimensioni delle cose. Quindi quel pungolo è venuto meno perché è subentrata la politica della delega. Noi aspettavamo, noi come comunità LGBT, e aspettavamo che qualcuno legiferasse, che qualcuno ci dicesse, che qualcuno ci guidasse. A mano a mano ci siamo persi quella spinta che fa parte di tutte le categorie, di tutti i movimenti da essere di pungolo e da sollecito, di quando è il caso di scendere in piazza, di urlare, di scalpitare. E invece ci siamo chiusi in una situazione e una condizione in cui il diktat o il calendario veniva dall’alto. Quindi lì il movimento ha perso di forza, ha perso di sostanza proprio. E credo che su questo bisognerebbe riflettere tanto quanto i passaggi. Ci sono delle caratteristiche per ogni paese, per ogni tempo, per ogni situazione che poi danno forma, senso e significato. Io penso che ci sia stato questo scollamento tra un movimento che diciamo si è strutturato, si è politicizzato in senso partitico slegandosi da un altro movimento che invece era rimasto più movimentista, più radicale.

Eva
Per metterla sul piano personale, questa spaccatura, credo sia capitato anche a chi ci ascolta di aver fatto parte di un gruppo e poi ci sono state spaccature e che poi è sempre difficile da seguire ed è molto doloroso talvolta.

Porpora
Un po’ come dicevo prima, che nel farsi delle cose quando sei dentro non le noti, non riesci a staccarle da te e a vederle nella giusta. Man mano con il tempo riesci a mettere i tasselli del mosaico lì dove è il loro posto e quindi cominci ad avere un quadro più preciso della situazione. Io stessa, parlando personalmente, non avevo ben chiaro quello che succedeva, questo scostamento sulla politica partitica la intuivo ma non mi appariva palese. Continuavo il mio percorso, che ci tengo a chiarire, era un percorso che avevo cominciato già prima della militanza gaia che era nei movimenti dell’estrema sinistra, che erano molto attivi. Quindi nei collettivi universitari, io ero in sociologia che era una facoltà molto frizzante, molto calda, e quindi tutto andava messo in discussione però ripeto poi subentra il reflusso, subentra l’AIDS, subentra l’eroina, tutta una serie di elementi che appiattiscono tutto, che sfasciano tutto e diventa difficile elaborare chiaramente quello che succede. A distanza di tempo le cose mi sono apparse più chiare.
Vi faccio un esempio che può chiarire questo passaggio. Tra il 2005 e il 2006 ci furono attacchi molto violenti da parte del Vaticano, nello specifico del cardinal Ruini, contro gay, lesbiche e la cosiddetta teoria del gender, perché lì cominciò a prendere forma questa cospirazione del gender. Non passava giorno che non c’era attacco da parte dei pulpiti e ad un certo punto, un giorno – ve lo dico perché riprendo proprio i fatti come erano andati- io scrissi una mail (non c’era ancora Facebook). Scrissi una mail nel mio indirizzario il cui titolo era “movimento LGBT se ci sei batti un colpo” perché per me era assurdo che dietro questi attacchi fortissimi e violenti che c’erano, nessuno rispondeva dei vari gruppi, varie associazioni. Li ci fu una sorta di scossa e a quella mail risposero tantissimi, e ci fu una prima riunione a Milano, e una seconda a Roma. Nella prima a Milano si cercò di governare quel movimento che stava nascendo in opposizione a questi strali vaticani, non ci si riuscì, nella seconda riunione si definì un movimento di risposta grosso che fu denominato “Facciamo breccia”, Non se ne avete sentito parlare. Facciamo Breccia nacque tra il 2005 e il 2006 e si è sciolto nel 2010. È stato un movimento che ha raggiunto una potenza di attacco molto forte, c’erano tantissime persone, tantissimi gruppi, collettivi, e ogni anno facevamo la famosa manifestazione, si chiamava NO VAT, a Roma a febbraio, il giorno della firma dei patti lateranensi. NO VAT ha raggiunto diciamo anche la presenza di 50000 persone, era comunque molto forte. Quel movimento fu attacco in maniera aggressiva, e violenta da parte di associazioni che erano più filo partitiche, ecco. Li mi apparve chiaro qual era la divisione e i posizionamenti. Il tutto sfociò anche in diverse denunce nei nostri confronti e anche in un arresto al Pride del 2008 a Bologna.
Però segno dei punti di non ritorno e segnò anche delle questioni che ancora adesso non vengono chiarite, nessuno vuole rispondere, però segnalano delle spaccature enormi, che negli anni hanno quello che noi percepiamo oggi. Un vuoto.

Marco
Tu hai parlato molto di consapevolezza degli eventi che ti è venuta ex post. Ma quanto la tua scrittura ti ha aiutato a prendere consapevolezza di quello che hai vissuto e che gli altri hanno vissuto?

Porpora
Molto. Mi ha aiutato molto perché intanto io non pensavo, non credevo di saper scrivere, era una cosa che non mi sfiorava neanche lontanamente il cervello, di scrivere test. Poi invece a mano a mano più le cose le fai, più ci prendi la mano e quindi il primo fu “Tra le rose e le viole” che era un riportare le voci delle trans, dopo il successo del libro fui invogliata. Gli ultimi due, AntoloGaia e “Aurora delle trans cattive” sono state dei veri e propri lavori di autocoscienza, tiravo fuori di me quello che un po’ avevo messo da parte. Poi leggendoli e rileggendoli, durante le presentazioni crei una coscienza, che è una coscienza dinamica. È lì che poi si crea la congiunzione tra passato presente e futuro, perché io mai ho creduto e non crederò mai, che il passato è andato, e il presente è un’altra cosa. Ci sono degli anelli che congiungono parti.
Quella è la nostra storia che è stata prima e ora c’è il proseguimento di quella storia, e durante le presentazioni, i dibattiti e le letture, quello che finiva fuori era una sorta di coscienza e conoscenza della propria storia. Su questo non vi nascondo che mi sono divertita, c’è stato molto quell’entusiasmo più che divertimento, nel senso buono perché l’ho sempre detto, la rivoluzione la si fa con gioia, col divertimento, perché è quello che ci hanno sempre tolto e ci sottraggono. È col divertimento che si fanno le cose, nonostante la serietà e l’importanza delle questioni.
Lo scrivere è stato molto importante, lo è tuttora, comincio sempre la crisi della prima pagina, della pagina bianca.
Questo periodo di isolamento, sto provando a mettere giù ma non vado oltre la prima pagina. Quando arriverò al numero due il libro l’avrò fatto.

Eva
Molto interessante questa cosa che hai ricordato che non c’è una divisione rigida tra passato, presente e futuro. Devo dire che quando abbiamo ragionato su come confezionare questi podcast, una citazione che ci è venuta in mente è di Faulkner è che “il passato non passa”, è un po’ il substrato della coscienza, se lasciamo passare il passato non c’è coscienza storica e non c’è coscienza di se.

Porpora
Ne sono convinta, è quello su cui costruiamo poi. Cioè che è pezzo su pezzo. Noi dobbiamo sempre immaginarci, uso il collettivo, proprio al purare, di dividere i nostri primi cinquant’anni di parola, di presa di parola, di liberazione, rispetto ad un buio secolare, no. In questi cinquant’anni noi oltre a dirci e a costruire la nostra storia, dobbiamo soprattutto un senso nostro.
Io su questo insisto particolarmente perché è essenziale, fa la differenza questo. Perché noi viviamo in un mondo patriarcale, una cultura vetero-patriarcale come diceva Mario Mieli, con tutti i suoi simboli, le sue parole, i suoi significati, e non è cosa semplice costruire un senso nostro in una cultura che ci è ostile. Perché lo sforzo è costante così come era all’inizio, come quando è nato il movimento, lo abbiamo tuttora. Ne abbiamo le prove, c’è tutta la violenza omotransfobica che è in aumento che è segno di quella cultura che ci circonda, chiara e lampante. Per cui avere una storia nostra, essere forti di una storia nostra, farne tesoro, è fondamentale proprio per proseguire e mi permetto di dire, di vincere su quelle tenebre, su quell’oscurità.

Marco
In riferimento alla nostra storia, prima tu hai detto che una caratteristica degli anni del tuo attivismo era la provocazione. Si esprimeva anche nel linguaggio, nell’utilizzare il termine frocia, un motivo per cui tu continui a utilizzare rivoluzione frocia, lo scambio di maschile al femminile. Quanto potremmo imparare dalla provocazione di quegli anni e quanta provocazione potremmo usare adesso?

Porpora
Allora, la provocazione di quegli anni era di quegli anni, come dire. Vanno usate le giuste proporzioni storiche. Anche perché la provocazione in quegli anni era necessaria soprattutto per essere visibili, la visibilità era di per sé provocazione. Cioè la provocazione non era solo quella di Zanza che prendeva di petto e smontava il senso comune, ma era anche il travestimento, che era comune a tutto il movimento gaio, il trucco e così via, era un senso di visibilità. Quindi, provocazione anche in quel senso, molti non la considerano provocazione, la consideravano un passaggio normale, forse scontato, invece io insisto su quello perché erano quegli aspetti provocatori che lasciavano il segno.
Quante volte ci siamo sentiti dire tutt’oggi “non c’ è bisogno di ostentarlo”? Quell’espressione significa che non c’è bisogno di essere visibili come omosessuali, lesbiche e trans, perché al momento in cui appari, per loro e per gli altri, questa controparte è una provocazione. Perché non dovresti esserci, non dovresti esistere, quindi quel periodo di grossi movimenti, grossi cambiamenti, la provazione era resa anche in quel senso, la visibilità era necessaria e fondamentale.

Eva
Oggi le provocazioni hanno ancora senso? Quali obiettivi possono avere ora?

Porpora
Oggi credo che più di provocazioni, dovremmo ritornare a pensare a dei contenuti, alla sostanza, alla coscienza, mi permetto di usare questo termine che è forte, perché molto spesso questa coscienza non c’è, e per coscienza intendo capire, contestualizzare, dove si vive. Quali sono i nemici di ieri e oggi, quali sono le vittorie di oggi e di oggi, cioè la nostra storia, quello di cui stiamo parlando ora. Del passato presente e futuro. A mio avviso oggi manca questa coscienza, vi faccio un esempio che può essere lampante.
Noi come MIT a Bologna gestiamo dei servizi, quello più importante è il consultorio della salute delle persone trans. È un consultorio ASL. Ci sono 1200 persone prese in carico nel consultorio, ma quello che noto è che molte giovani che vengono, che lo attraversano quel luogo non ne apprezzano la conquista, non sanno dove si trovano, cioè per loro essere li o al policlinico, al S. Orsola, o da qualche altra parte è la stessa cosa. E la coscienza che manca, cioè il consultorio ha un suo senso perché i consultori sono stati fondati nel femminismo, quello acceso, per portare la medicina al basso, in maniera orizzontale, quindi il consultorio è aver chiaro il benessere, la salute delle persone trans, gestirlo da parte associativa che non è un’impresa facile e offrirlo in maniera orizzontale alle persone. Io e qualcun altro che lo gestisce ne siamo coscienti, la maggior parte no. E questo a mio avviso è triste

Gabriele
Quanto sono responsabili le stesse associazioni sulla perdita di questa coscienza della collettività?

Porpora
Sì, c’è una parte di responsabilità. Io credo che comunque È un fifty-fifty. È chiaro che le associazioni, chi più chi meno, hanno avuto una responsabilità in questo. Se pensiamo che ci sono associazioni il cui essere è finito per essere solamente, che ne so, una serata da ballo, in discoteca. Organizzare quello è un conto, ce ne sono altre che si sforzano nel quotidiano di creare degli spazi di coscienza che però è difficile da recepire. Però diciamo pure che i tempi che attraversiamo e che ci attraversano non sono i tempi migliori per essere coscienti di chi siamo. Noi viviamo in una sorte di senso di onnipotenza perché conosciamo tutti e questo conoscere tutto da’ tutto per scontato. Qualcosa che ci entra dentro e non ce rendiamo neanche conto. Oggi con la crisi attuale, con l’isolamento che stiamo vivendo, questo senso di onnipotenza un po’ viene meno. Questo senso di onnipotenza ci ha strappato anche dalla coscienza, dalla conoscenza dei fatti perché intanto basta fare un click che conosci tutto, anche quello che succede in un’altra galassia. Per cui c’è l’uno e c’è l’altro. Io penso che non dobbiamo fare l’errore di concentrarci solo su un limite e non sull’altro. Bisogna sempre contestualizzare in tempo, spazio, cultura e poi capire ma non vorrei fare discorsi troppo criptici e complicati.

Eva
A noi piacciono i discorsi criptici e complicati e devo dire che aver messo in evidenza che onnipotenza e coscienza sono due cose distinte e direi diametralmente opposti e diversi sia molto interessante.

Danilo
Volevo collegarmi a questo. Abbiamo detto che la memoria collettiva segna il passato, presente e futuro. Per cui, in chiusura, volevo chiedere che cosa ci aspetta il futuro per noi, come movimento LGBT o comunque per la collettività in generale? Cosa ci aspetta dopo la quarantena come movimento?

Eva
E come auspicio dopo la quarantena? Cosa speri che accada?

Porpora
Ci sono delle incognite che ognuno di noi pensa e cerca di rispondere. Sicuramente io partirei da un elemento che ho toccato oggi diverse volte, quello che noi viviamo in un mondo che non è liberato. Noi diamo per scontato che sia liberato ma non è così. Se pensiamo che nel mondo esistono ancora culture politiche, oppressive, chiuse e che queste a volte sembrano essere in aumento. Pensiamo alla svolta autoritaria dell’Ungheria che è nel cuore dell’Europa, quindi senza discostarci tantissimo. Pensiamo all’ondata repressiva in Cile, pensiamo a ieri, la notizia che la stessa Slovenia ha avuto una svolta autoritaria proprio per la crisi. Le crisi portano con sé i cambianti, stravolgimenti e anche guerre, quindi tutto questo a me un po’ inquieta, non ve lo nascondo. Però poi penso che la crisi ha in sé, e porta in sé, anche la possibilità: la possibilità di cambiamento. Questo lo diceva un certo Einstein, lo ripeteva e lo ha sottolineato. Quindi sta a noi, e questo la lancio come provocazione: recuperare e riprendersi le intelligenze. Riprendere a pensare e a riflettere. ci siamo abituati, ci siamo assopiti per degli anni per un periodo sugli allori e non sono frasi fatte ma è proprio quello il significato, oggi siccome le cose cambiano, oggi il momento di tirar fuori le intelligenze. Lo uso al plurale perché non c’è una intelligenza, per intelligenza significa farci frullare il cervello, riflettere sulle cose, approfondirle, collocarle, dargli senso e significato. Cosa che un movimento LGBT ma anche la persona gay, lesbica o trans si deve porre, perché non vive in un mondo a sé somigliante, vive in un mondo ostile. La violenza ne è un segnale. Quindi rispetto al futuro, la possibilità che intravedo il cambiamento in positivo è quello di ridare corpo e sostanza alle nostre coscienze per proseguire meglio. E lo dovremo fare per forza perché si dice che la fame aguzza l’ingegno.

Eva
Esattamente. Anche a me piace ricordare che dopo la peste nera c’è il Rinascimento. Con questo chiuderei per oggi la nostra intervista. Ringrazio Porpora per la disponibilità e per quello che ci ha raccontato.

 

«Facemmo questi manifesti che attaccammo all’ università di Roma e alla mensa dell’università con un annuncio: “Siamo un gruppo di gay autonomi rivoluzionari; ci piacerebbe vederci, incontrarci per formare un collettivo”. Mettemmo questo annuncio, lo pubblicammo su Lotta Continua.

L’appuntamento era all’aula sesta di Lettere, che era l’aula occupata. Al primo incontro oltre noi tre c’erano altre due, quindi eravamo pochissime. Poi al secondo eravamo in sette, poi man mano è diventato un bel gruppone consistente. […] All’epoca la provocazione era il nostro forte, no?! Rovesciava il senso e il significato delle cose, e anche delle parole».

Porpora Marcasciano, presidente del MIT,  è stata protagonista attiva degli anni ’70-’80: sono gli anni della rivoluzione sessuale e della nascita in Italia – e nel mondo – dei movimenti LGBTI+. Con lei abbiamo parlato di autocoscienza, liberazione, sessualità e provocazione. Buona visione!

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